L’ansia normale e patologica

di Filippo Gibiino

l'ansia normale e patologicaTutti nella vita abbiamo provato un certa quota d’ansia, e quindi sappiamo di cosa si tratta secondo il nostro vissuto; diverso è però esplicitarne la fenomenologia, ovvero il modo in cui appare alla nostra coscienza, ed interpretarne i significati sottesi, due punti attraverso i quali mi muoverò in questo articolo.

Innanzitutto bisogna specificare che esiste un’ansia normale, la quale sopraggiunge in risposta a situazioni ambientali. In generale come la paura, l’ansia è una risposta necessaria dell’organismo allo stress. La paura è una delle sette emozioni universali riconosciute scientificamente in tutte le culture umane. Insieme alla paura troviamo anche il disgusto, la sorpresa, la gioia, il disprezzo, la tristezza e la rabbia.

In natura, l’ansia deriva dall’emozione della paura, che serve a tutti gli animali per difendersi dai pericoli che incombono su di sé, o sul proprio gruppo di appartenenza. Quindi la paura insorge quando un pericolo viene individuato e riconosciuto dall’animale, mentre l’ansia si manifesta qualora il pericolo rimanga sconosciuto e incerto.

Per quel che riguarda noi umani, l’ansia si presenta ogni qual volta ci soffermiamo, in maniera più o meno cosciente, su un ventaglio di eventi negativi che riusciamo ad inquadrare e prevedere, ma che percepiamo al di fuori del nostro controllo: mi accorgo che sta per accadere qualcosa di temibile, ma so anche che questo evento è al di fuori dalla mia portata.

L’ansia si presenta quando mi trovo davanti a una situazione portatrice di minacce, in cui sono coinvolto e da cui non mi posso tirare indietro. Se rimane confinata entro una certa soglia, possiamo parlare di ansia normale che si realizza in risposta ad eventi oggettivi, la cui origine si colloca nell’ambiente intorno a noi. In questi casi, non solo l’ansia può essere vista come normale, ma anche come necessaria. Pensiamo infatti a tutti quei momenti in cui l’ansia ci mette in allarme e ci fa reagire positivamente, come quando si avvicina la data di un esame e ci spinge ad aprire i libri.

Se però l’ansia aumenta e prende il sopravvento la persona può sentirsi irrequieta, incerta, vulnerabile, intrappolata, senza fiato e al limite sull’orlo dello svenimento. Questo  vissuto soggettivo può essere accompagnato o meno da diverse modificazioni somatiche quali sudorazione, fastidi addominali, pelle fredda, tensione muscolare, vertigini, nausea e bocca secca.

Inoltre l’ansia acuta interferisce con la capacità di riflettere, perché restringe il campo della coscienza. L’ansia psicopatologica, oltre ad essere caratterizzata dalla maggiore intensità, ha a che fare con qualcosa di interno al soggetto. In effetti quest’ansia è il frutto di un’istanza che spinge dentro di me e contemporaneamente si trova in contraddizione con la mia psiche. Vediamo meglio come si arriva ad un’affermazione del genere.

L’ansia nella teoria di Freud

Secondo Freud l’ansia scaturisce dalla paura di perdere l’amore della madre o del padre a causa delle proprie colpevoli pulsioni istintuali. All’interno della teorizzazione freudiana la perdita dell’amore è la conseguenza di un conflitto psicologico insorto tra i desideri dell’Es, dove regnano gli istinti e la pura vitalità, e il Super-io, che rappresenta le regole e i divieti. In altre parole parliamo di uno scontro tra una forza vitale emergente e un’istanza psichica, preposta a far rispettare regole morali acquisite dai genitori.

Il più grande contributo della psicoanalisi è stato quello di porre il conflitto interno all’origine della nevrosi. Prima di Freud erano stati individuati dei contenuti interni ritenuti inconciliabili con la psiche del soggetto, ma si era ipotizzato che queste forze non potessero essere gestite a causa di una supposta debolezza del soggetto.

Se la psicoanalisi ha avuto il merito di individuare il conflitto alla base della nevrosi, ha però immaginato che la natura pulsionale umana fosse in prevalenza colpevole e abietta. Per questo Freud, nel suo famoso Disagio della civiltà, ritiene che l’unica strada percorribile sia quella di una crescente limitazione alle libertà istintuali degli uomini.

L’istinto umano è immaginato da Freud abitato dalla tensione a uccidere e dal desiderio sessuale incontrollato, per questo ogni freno posto alla vitalità umana è sempre giustificato e legittimo. Quindi l’ansia segnala che le proprie pulsioni stanno minando la stabilità dei rapporti affettivi all’interno dei quali ci si è sviluppati, e la tecnica psicoanalitica freudiana ha da sempre interpretato le cattive intenzioni alla persona che si recava in analisi.

L’ansia nella dialettica dei bisogni

La psicologia dialettica, la cornice teorica che ho fatto mia e utilizzo nel lavoro clinico, ha permesso di correggere questa visione eccessivamente negativa degli istinti umani. Infatti il pregiudizio negativo che permeava la vitalità è stato abbandonato in favore di una dialettica tra bisogni umani entrambi legittimi e degni d’ascolto: il bisogno di individuazione o di opposizione, e il bisogno di appartenenza.

Ogni essere umano si trova a dover integrare dentro di sé la spinta che lo porta a realizzarsi come individuo dotato di idiosincrasie, e la necessità di appartenere ad un gruppo sociale con i suoi valori e le sue regole.

Quindi il conflitto interno può insorgere nel momento in cui la spinta ad individuarsi mal si concilia con i valori interiorizzati. Dal punto di vista dell’appartenenza, che predilige sempre l’armonia e l’ordine, il bisogno di individuazione può apparire come una pretesa, o peggio ancora come un tradimento che svelerebbe l’ingratitudine del singolo verso il gruppo che lo ha nutrito. Freud vide l’Es sotto la stessa luce, ma si trattò solamente di un gioco ottico, di una falsa percezione, in quanto ogni individuo reca in sé il bisogno sano di realizzarsi.

Allora l’ansia psicopatologica deriva dall’intuizione profonda di possedere uno spazio del sé contenente un bisogno di individuazione, che contraddice i valori e le relazioni di cui la psiche è intessuta. L’ansia non solo segnala che c’è un conflitto in atto, ma interviene frenando il soggetto nei suoi desideri ritenuti sovversivi e dannosi.

Quindi l’ansia agisce in favore dei bisogni di appartenere e ai danni dello slancio ad individuarsi. Il lavoro clinico allora consiste nel riconoscimento e nell’integrazione dialettica tra il bisogno di individuazione e di appartenenza. Oltre alla scomparsa del sintomo ansioso, la terapia dialettica porta con sé la possibilità di un sviluppo della personalità, tramite l’acquisizione di nuovi valori e nuovi significati.

In alcuni casi il conflitto può strutturare dando origine a vere e proprie fobie. Per esempio nella fobia sociale il soggetto ha paura di essere giudicato inadeguato e inadatto da un tribunale che è presente nella sua mente e che rappresenta i legami più significativi e le appartenenze: i genitori, i parenti allargati, gli amici di scuola, i colleghi o il capo dell’ufficio.

La fobia si attiva nel momento in cui una spinta interna oppositiva viene ritenuta pericolosa per la stabilità dei rapporti più significativi. La fobia interviene come un freno al pieno sviluppo della personalità del soggetto, che è vissuta come una minaccia per l’armonia delle relazioni. La stessa logica può essere applicata all’agorafobia, la paura degli spazi aperti, nel momento in cui impedisce il movimento di una persona che nutre il desiderio di liberarsi da legami sentiti come troppo oppressivi.

L’attacco di panico invece rappresenta il momento culminante e parossistico che raggiunge l’ansia patologica, e sfocia in una serie di manifestazioni somatiche che investono il corpo.

Bisogna constatare che l’attuale psicoanalisi relazionale sembra aver progressivamente rinunciato alla nozione di conflitto interno, forse con l’intento di liberarsi dai pregiudizi negativi rispetto alla natura umana di cui abbiamo detto prima. Ma nel far ciò ha buttato via il bambino insieme all’acqua sporca: rinunciando al concetto di conflitto, e dotandosi di una teoria della mente basata tout court sull’interiorizzazione delle le relazioni esterne, e in particolare le relazioni primarie. In questo senso ha perso di vista il nucleo originario del soggetto, il suo portato di unicità, che Carl Guatav Jung ha concettualizzato all’interno della nozione di individuazione.

Il merito della psicologia dialettica è quello di aver mantenuto il modello conflittuale della mente inscrivendolo in una dialettica tra bisogni, dando quindi la possibilità al soggetto di emanciparsi sciogliendo le proprie contrapposizioni interne.

La storia di Monica in bilico tra due mondi

Monica è una giovane donna di ventidue anni che si rivolge a me per problemi d’ansia. Si lamenta del fatto che la sera faccia fatica ad addormentarsi, e la mattina successiva sia sempre stanca per frequentare l’università. Ammette di essere stata ansiosa fin da ragazza, ma ultimamente la situazione le sembra sfuggita di mano, mentre prima riusciva a dominarsi.

Monica vive con la madre e la sorella più piccola nella casa costruita dai nonni materni. Il padre è morto quando lei aveva undici anni e da allora la madre si è rimboccata le maniche per mandare avanti il negozio di famiglia, e le figlie sono cresciute più o meno da sole.

Di fatto la scomparsa prematura del padre ha costretto la mamma di Monica ad adattarsi al lavoro in negozio, per cui non si sentiva portata, e per questo si è impegnata duramente, riuscendo ad ottenere ottimi risultati nel suo settore commerciale. Con gli anni la mamma di Monica è riuscita ampiamente nel suo obiettivo, ma al prezzo di aver sacrificato parte della sua vita affettiva insieme a quella delle figlie. Monica è molto legata alla madre e le riconosce lo sforzo di aver gestito il lavoro e la famiglia da sola.

L’ansia è diventata più forte nel momento in cui, alla fine del triennio universitario, Monica ha immaginato di trasferirsi in un’altra città per continuare gli studi universitari. Infatti il corso che Monica intende seguire si occupa del settore della moda, ed è presente solo a Milano. All’inizio era entusiasta di questa idea, anche perché si sarebbe trovata da sola per la prima volta in una grande città, dove avrebbe potuto fare nuove esperienze che tanto aveva sognato.

Monica mi spiega che nell’ultimo mese l’ansia si è fatta sempre più ingestibile, tanto da impedirle di guidare per la città, nella paura di fare del male a qualcuno investendolo. Capisce che queste angosce pongano un problema al suo desiderio di esplorare nuove realtà e mettersi in viaggio, ma non si spiega quale nesso ci possa essere.

Monica, malgrado l’amore che prova per la madre, non la considera una persona realizzata, in quanto ha rinunciato alle sue passioni giovanili per portare avanti il negozio del marito: questo pensiero le fa provare un misto di tristezza e rabbia. Di contro Monica sogna per sé una libertà che non ha mai sperimentato nel suo nucleo familiare, e si immagina prima a Milano per completare gli studi, poi all’estero con un lavoro che le permetta di viaggiare e attraversare il mondo.

Questo desiderio di individuazione e libertà è però vissuto da Monica con un misto di eccitazione e contemporaneamente come un tradimento ai valori che le sono stati trasmessi dalla famiglia materna: aiutarsi e starsi vicino per fare fronte alla difficoltà. Ecco che allora scatta l’ansia per segnalare la presenza di un desiderio di libertà troppo vitale da conciliarsi con questa visione del mondo.

L’ansia ha l’effetto di togliere costantemente sicurezza a Monica, fino a quando non smette di guidare per paura di causare un incidente. Da un punto di vista psicologico i suoi desideri le appaiono così pericolosi da poter nuocere a qualcuno, magari alla madre stanca e insoddisfatta, che vedrebbe partire la figlia per cui si è così tanto spesa. In questo senso possiamo interpretare la paura di guidare: l’uso dell’automobile è qualcosa di spaventoso in quanto diviene il simbolo della libertà e della capacità di muoversi indipendentemente dagli altri. Monica si giudica come irresponsabile e immatura, potenzialmente in grado di mettere a rischio la sicurezza altrui e propria.

Il bisogno di individuazione di Monica è entrato quindi in conflitto con il suo bisogno di appartenenza ed armonia affettiva, perché il suo desiderio di libertà mette in discussione quelli che sono i valori della famiglia in cui è vissuta finora. L’ansia interviene così a segnalare questa contraddizione e a frenare ogni intenzione di individuazione. Monica dal punto di vista conscio desidera partire e mettersi in viaggio, ma da un punto di vista affettivo più profondo intuisce che questo movimento è in contraddizione con i suoi stessi valori.

L’ansia pone Monica in scacco, impossibilitata ad elaborare le sue emozioni e i suoi bisogni che si contrappongono nella sua mente. Senza possibilità di riflettere si trova posta davanti a un dilemma insolubile: seguire il suo bisogno di libertà, mettendo a tacere la sua parte affettiva e sentendosi causa di lacerazioni esterne ed interne; oppure seguire gli affetti, sacrificando i suoi interessi personali e ricalcando la storia della madre. Da tale configurazione non può che scaturire un’impossibilità di mettersi in cammino, con il rischio di realizzare un destino di infelicità.

La terapia dialettica dell’ansia si muove allora nel campo della mediazione, dell’elaborazione e dell’integrazione, riconoscendo pari dignità al bisogno di individuazione e a quello di appartenenza. Si può infatti essere liberi e realizzare se stessi, senza per questo distruggere le relazioni fondamentali. In fondo si tratta di raggiungere la libertà tollerando le ambivalenze che essa si porta dietro, e senza dover attaccare i legami all’interno dei quali ci siamo sviluppati.

La terapia permette di sviluppare queste tematiche nell’incontro e nel dialogo, laddove prima erano avviluppate su loro stesse, contratte fino ad originare il sintomo. Si realizza il lavoro di spiegare letteralmente le emozioni e i pensieri, che prima erano piegati e collassati l’uno contro l’altro.

Durante gli incontri Monica ha elaborato alcune tematiche, tra cui la fantasia di evidenziare con la sua partenza e il suo eventuale soddisfacimento, ciò che la madre non aveva potuto realizzare, e quindi il timore di metterla ulteriormente in crisi. Monica stava quindi proteggendo la madre dal suo stesso distacco. Questo timore nasceva sia dall’intuizione di possedere in sé un forte desiderio che la sospinge nelle sue azioni, sia dall’affetto che nutre per la madre, a cui vorrebbe risparmiare ulteriori allontanamenti e sofferenze.

Monica però si è resa conto che la quota di dolore che la mamma si è trovata improvvisamente a gestire con la perdita del marito, non poteva dipendere da lei, e che ora il suo desiderio di emanciparsi era sano, e del tutto differente dalla scomparsa del padre. Dopotutto la madre aveva dovuto scegliere in condizioni di ristrettezze del tutto diverse dalla figlia, che invece si trova in una situazione più favorevole per decidere la sua strada. Perché allora non cogliere queste possibilità, e darsi una chance in più per realizzare i propri sogni?

Elaborando questi sentimenti Monica ha potuto accogliere anche il suo bisogno di individuazione in maniera meno irrequieta, senza più quelle fantasie di liberazione totale da un destino infelice, riuscendo a riconciliarsi con la propria strada. Inoltre la terapia ha dato a Monica la possibilità di arricchire la sua personalità e di individuarsi, elaborando la rete di emozioni e di significati che erano rimasti celati dal sintomo ansioso, e permettendole di muoversi con più libertà e consapevolezza dei propri bisogni.

Bibliografia

Nicola Ghezzani (2008), La logica dell’ansia, Milano, Franco Angeli.

Freud S. (1929), Il disagio della civiltàOpere, 10: 555-630. Torino, Bollati Boringhieri.

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