L’Io antitetico

di Nicola Ghezzani

Introduzione al concetto

Nella mia teoria, la Psicologica dialettica, il concetto di Io antitetico occupa un posto centrale: un Io talvolta labile e sfuggente, talaltra rabbioso e violento, contrapposto all’Io primario, l’Io della vita quotidiana, in cui ci riconosciamo con semplice ed ingenua immediatezza.

In sintesi, la mia concezione dell’Io antitetico è questa: laddove noi pensiamo in modo apparentemente unitario, dobbiamo sempre presupporre che esista all’interno della nostra psiche un altro Io che pensa e contrappunta il nostro pensiero in modo opposto e contraddittorio. Il concetto di Io antitetico, così espresso, è uno strumento utile per afferrare tutti quei fenomeni di intima contraddizione di cui è piena tanto la nostra giornata, quanto la nosografia psicopatologica.

All’osservatore ingenuo il nostro Io appare coerente e unitario e più o meno identificato con la coscienza; esemplare in questo senso è il motto cartesiano «Cogito ergo sum». Nella visione dell’Io posta da Cartesio l’atto del pensiero soggettivo identifica un Io pensante (mentre penso, percepisco me stesso, ossia un Io, che sta pensando…) e quindi ci consente di identificarci con questo Io. L’osservatore professionale tuttavia non può cadere in questa pericolosa illusione, che impone all’Io una cieca obbedienza al dato immediato. L’Io è al centro di conflitti fra emozioni, sentimenti e forme di pensiero contrastanti gli uni con gli altri, che cozzano al suo interno e se ne contendono la guida. Come potrebbe affermare qualunque poeta, il nostro cuore è diviso e una guerra intestina lo anima nelle sue profondità.

Più di altre teorie psicoterapeutiche, che ne fanno anch’esse uso, la Psicoterapia dialettica è incentrata sul concetto di doppia identità, e quindi di scissione o dualità dell’Io. Al senso comune l’Io appare come un’entità psicologica coerente e unitaria; ma ad un’analisi più fine questa concezione si rivela illusoria. La coscienza soggettiva ha bisogno di un Io coerente e unitario per operare delle scelte e mettere in atto azioni univoche. In funzione di ciò, la coscienza tende a semplificare la sua percezione del mondo interno, che viene ridotta ai sentimenti e i valori funzionali all’interazione operativa con il mondo esterno. L’Io cosciente (la coscienza vigile) si muove, dunque, in modo lineare: ha necessità di confrontarsi con desideri chiari e distinti, con emozioni e sentimenti padroneggiabili, con intenzioni puntuali. Se così non fosse, se fosse interferito da stati psichici contrastanti, disomogenei sia nell’intensità e che nel giudizio morale, sarebbe paralizzato nella sua funzione di “principio direttivo” della personalità.

Se una mattina siamo contenti di andare a lavorare e intenzionati a mandare a buon fine alcune attività, la nostra azione risulterà motivata. Ma se invece desiderassimo nello stesso istante e con la stessa intensità di dedicarci al nostro lavoro e di essere in un lontano luogo di vacanza, l’Io sarebbe scisso e contraddittorio e agirebbe in modo confuso, oppure sarebbe paralizzato e non agirebbe affatto. Lo stesso accadrebbe se volessimo essere fedeli all’amore decennale con il nostro vecchio partner, ma allo stesso tempo desiderassimo un’avventura eccitante; oppure se volessimo chiuderci in casa per molti mesi a preparare un concorso prestigioso, ma allo stesso tempo sentissimo il bisogno di accontentarci della vita modesta ma libera che già facciamo.

Per agire attimo dopo attimo senza incorrere in paralisi decisionali, l’Io deve disporre di una gamma di motivazioni ristretta e gestibile. Questa restrizione noi la chiamiamo restrizione selettiva. La coerenza è una funzione dell’Io, utile ad effettuare scelte e ad agire di conseguenza, al fine di uniformare il pensiero e l’azione. Pertanto, la parte della personalità che dissente da questo principio di coerenza è rimossa, ossia è esclusa dall’assetto cosciente e non prende parte alle decisioni consapevoli. Non di meno esiste e segnala la sua presenza mediante più o meno intense perturbazioni.

L’Io presenta sempre desideri, pensieri, emozioni, sentimenti, intenzioni sovente in forte contraddizione gli uni con gli altri. Ma, per quanto i sistemi motivazionali attivi possano essere numerosi, al livello minimo, essenziale, l’Io si presenta scisso in due entità psicologiche contraddittorie sempre attive nella personalità, due funzioni in perenne antitesi fra loro.

Nell’ottica della Psicologia dialettica, la dualità dell’Io dipende dalla dualità dei bisogni umani fondamentali, il bisogno di appartenenza /integrazione sociale e il bisogno di opposizione / individuazione 1.

Breve storia del concetto

Arrivai a definire il concetto e il termine di un Io antiteticonella mia prima giovinezza, in modo casuale, dapprima grazie a un film, che illuminò i miei primi studi di psicoanalisi, poi, più proficuamente, grazie alla lettura del poeta William Butler Yeats.

Devo però fare una importante premessa. A partire dai sedici anni di età, avevo letto alcune fra le opere più importanti di Carl Gustav Jung. In queste opere era molto ben espressa l’idea centrale in Jung di un’azione complementare dell’inconscio, un’azione compensatrice delle posizioni più rigide della coscienza. Laddove l’uomo era, per esempio, un buon impiegato e un distinto professore di lettere classiche, il suo inconscio poteva alimentare in lui il desiderio di una vita contraria: di impulsi, fantasie e azioni intese a fare di lui un avventuriero, un dongiovanni, un poeta, un pornografo o un giocatore d’azzardo; qualcosa di opposto a ciò che egli era nella vita quotidiana e di cui avvertiva, sia pure in modo inconscio, il fascino e l’oscura mancanza. Jung chiamava Ombra l’archetipo di queste figure contrarie e lo ascriveva, appunto, alla funzione compensatrice dell’inconscio.

Il concetto junghiano mi appariva forte e suggestivo, e tuttavia non mi era ancora del tutto chiaro lo statuto psicologico dell’Ombra. Come poteva esistere nella nostra psiche qualcosa che non era rappresentato anche nella materialità del mondo esterno? Fu quindi con vivo piacere intellettuale che mi imbattei, anni dopo, in un film che conteneva un germe di risposta alla mia domanda.

Il film era Piccolo grande uomo, di Arthur Penn, impreziosito da un’eccellente interpretazione di Dustin Hoffman. Il film giunse in Italia nel 1971 ed io lo vidi l’anno successivo. Avevo più o meno diciotto anni. La scena che mi colpì come un lampo nella notte durava sì e no due minuti e presentava un personaggio misterioso. Orso Giovane, un giovane indiano che era stato un amico fraterno del protagonista, era diventato un heyoka, un Contrario. La voce narrante fuori campo spiegava: «E’ diventato un Contrario, una specie pericolosa, vivono come mezzi matti, fanno tutto al contrario» e contemporaneamente lo schermo ci mostrava un indiano che montava a cavallo al contrario, si lavava con la terra e si asciugava nel torrente e diceva no per dire si. Mi colpì perché dava corpo ad una mia riflessione che non riusciva a venire alla luce. «Che funzione svolge» mi chiedevo, «questa identità che ci costringe ad isolarci e ad opporci agli affetti e alle regole del mondo?»

Le scene del film mi spiegarono che l’opposizione, lungi dall’essere un’enfasi retorica o una colpa di cui vergognarsi, era piuttosto una funzione tanto psichica quanto sociale, che alcune società – come quella dei Nativi indiani del film – avevano codificato in un ruolo carismatico ed esemplare.

Del Contrario nella società nativa americana, ho poi saputo che ha la funzione di mostrare la faccia nascosta di una verità complessa. Se la gente è felice e ride è bene che il Contrario mostri la tristezza o la rabbia; se è triste, che mostri la gioia folle o l’allegria sfrenata. Egli viene investito del suo ruolo in una cerimonia di iniziazione sacra, nella quale rinuncia alla sua vita privata per appartenere agli altri, alla tribù. Che fosse una figura rispettata come il sacerdote è dimostrato dal fatto che gli si attribuiva il potere di controllare gli eventi atmosferici nefasti 2 Negli anni intuii che quella figura – diversamente dal sosia diabolico della tradizione cristiana – rappresentasse la capacità del pensiero dialettico di comprendere tanto la tesi quanto l’antitesi di un assunto in una prospettiva più ampia, senza perdere coerenza. Mi resi conto allora che la funzione del Contrario era di dar forma a quella specifica modalità del pensiero che la tradizione occidentale, a partire da quella greca, chiama pensiero dialettico, ma le cui tracce erano presenti in ogni epoca e in ogni parte del mondo, a dimostrazione della sua sorprendente universalità.

A questo punto, ero in grado di mettere insieme l’Ombra junghiana con il Contrario dei Nativi indiani; ma all’idea mancava ancora qualcosa per raggiungere la definitiva compiutezza: un termine generale.

Rimasi nell’ambiguità per molti anni, finché, negli anni Ottanta, rilessi le prose di William Butler Yeats; e fu lì che mi venne donato, con il termine appropriato, anche il concetto definitivo. Caso curioso ma non raro, il termine Io antitetico non lo trovai “già fatto” tra le pagine di un libro di psicologia, bensì tra quelle più elusive e misteriose di un poeta. La rilettura delle prose di Yeats mi donò il nome, la parola. Nelle sue opere in prosa, Yeats parlava infatti espressamente di un antitetical self (che Gino Scatasta traduceva giustamente come Io antitetico): «L’altro Io – o anti-Io o Io antitetico, a seconda di come si voglia chiamarlo – visita solo chi non è più vittima dell’inganno [della coscienza alienata], chi reagisce con passione alla realtà». 3 , un Io antitetico, appunto, una ridondanza della psiche che sorge in ciascuno di noi come forma complementare della maschera sociale, assimilabile al daimon della tradizione greca.

Nell’accezione che ne dava Yeats (verosimilmente una rielaborazione da Jung o da Nietzsche) l’Io antitetico agiva per conto delle istanze rimosse e spingeva l’individuo verso una più ampia realizzazione di sé. Non solo: in Yeats è già presente l’idea che non solo l’Io soggettivo ha un suo Io antitetico, ma lo possiedono anche le culture e le civiltà, e che la sua funzione – di opporsi anche in modo tragico ai valori ordinari – abbia non di meno una mira di tipo armonico e sintetico. Questa meravigliosa intuizione, con il termine che la definiva, entrò stabilmente nella mia coscienza.

In sintesi

Nella teoria dialettica non è l’Io primario a rompere gli schemi e a imboccare nuovi sentieri. E’ l’Io antitetico che lo fa; é proprio questo alter ego, questo Io antitetico, che produce i paradossi e l’energia per tutti i nostri atti creativi.

Esso è il depositario dei nostri desideri insoddisfatti perché esclusi dalla vita sociale; è la memoria delle frustrazioni subite a causa di questa esclusione; rappresenta nella psiche la speranza di un riscatto e di una restituzione; è, quindi, progetto e volontà di azione. Ma perché assuma questa preziosa funzione, integrandosi in modo dialettico con l’Io primario, deve depurarsi degli accenti più carichi di opposizionismo e negativismo fini a se stessi.

A questo punto, se ciò avverrà, le due identità egoiche saranno due flussi coscienza che entrano ed escono da una canalizzazione psicogenetica continua, qualcosa di simile ai due serpenti intrecciati intorno al bastone centrale del simbolo ermetico.

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  1. 1 I bisogni fondamentali possono essere altresì chiamati Sistemi o Programmi motivazionali o, anche, Vettori psicodialettici. Qui adopererò il termine “bisogno” perché di immediata comprensione.
  2. Neihardt, John G. (1932), Black Elk Speaks, Excelsior editions, State University of New York Press, 2008, p. 149: «In the heyokas ceremony everything is backwards […] You have noticed that the truth comes into this word with two faces. One is sad with suffering, and the other laughs; it is the same face, laughing or weeping. When people are already in despair, maybe the laughing face is better for them; and when they feel too good and are too sure of being safe, maybe the weeping face is better for them to see»
  3. Yeats W. B., Per Amica Silentia Lunae, The MacMillan Company, New York, 1918, p. 30: «The other self, the anti-self or the antithetical self, as one may choose to name it, comes but to those who are no longer deceived, whose passion is reality». Ed. italiana: Il cavaliere azzurro, Bologna, 1986, p. 40. Già Nietzsche, nellaGenealogia della morale, aveva parlato di ideali antitetici contrapposto all’ideale ascetico. Ma è probabile che Yeats abbia coniato il termine originale sul calco del concetto di Jung.