Disagio psicologico, sensibilità, mondo
di Alessio Esposito
Se ci scostiamo da una visione per cui la sofferenza psichica deriva da deficit ascritti e che quindi sia destino ineluttabile per una categoria di persone sfortunate, assumendo invece che una personalità disturbata sia, come scrive Ghezzani, una «risposta confusa e contraddittoria, ma del tutto pertinente, ad un ambiente sociale interiorizzato che ha prodotto prevaricazione e abuso dell’identità» (Ghezzani, 2018), ci viene più facile intuire che vivere un mondo malato (o un sistema malato) può produrre disadattamento a vari livelli e in diverse forme.
Un concetto centrale per approfondire questo argomento è quello della sensibilità.
Questo carattere, non ugualmente distribuito nella popolazione, che rende possibile avvertire gli stati affettivi propri e altrui nonché intuire la potenziale armonia/disarmonia nell’organizzazione dei sistemi, rispondendo al bisogno di appartenenza (a una relazione, a un gruppo sociale, a una comunità, a una organizzazione ecc.) vincola il soggetto a crescere in sintonia con le richieste per lo più implicite dei suoi sistemi di riferimento, da cui ricava coordinate identitarie (comportamentali, valoriali, sociali) secondo un modo di esserci che potremmo definire “essere per gli altri” e che risponde ad una logica sistemica.
Rispondendo poi al bisogno di individuazione, che è anaclitico rispetto al primo, sollecita (con il linguaggio dei vissuti e delle emozioni) il soggetto a rispettare i propri criteri morali, ad affermare una volontà propria, a opporsi alle pressioni sistemiche attraverso l’affermazione di sé secondo un modo di esserci che in questo caso possiamo definire “essere per sé stessi”, che risponde ad una logica individuale, antitetica.
Per chiarire il senso in cui uso questo concetto, mi riferirò a una definizione che traggo dal saggio Uscire dal panico di Ghezzani: «la sensibilità è quel modo di essere che si esprime nella capacità di aderire al mondo umano circostante per intuizione degli interessi e del benessere altrui, cosa che fa dell’individuo sensibile una parte amorevole, quindi docile e obbediente, del gruppo sociale a cui appartiene. Ma allo stesso tempo la sensibilità si esprime nella capacità di sentire l’angoscia per i propri bisogni misconosciuti e negati, quindi di reagire con rabbia. La dialettica di queste attitudini fa dell’individuo sensibile (qualora si sviluppi in modo armonico) un soggetto genericamente capace di dubbio, di riflessione, di pensiero critico» (Ibidem).
Quando si dice che la dialettica di queste attitudini (capacità di aderire al mondo e ai suoi bisogni/capacità di affermare i propri bisogni nel mondo) fa dell’individuo sensibile un soggetto critico, si intende che a questo carattere e alle sue vicissitudini possono corrispondere differenti forme di adattamento/disadattamento, dalla soggezione all’autonomia, dall’adesione cieca ad ideologie sociali (in forma di conformismo o di ribellismo) all’affermazione di un pensiero originale e divergente.
Note sulla teoria dei bisogni intrinseci
Occorre un breve chiarimento sulla teoria dei bisogni intrinseci di appartenenza/integrazione sociale e di opposizione/individuazione, che è a fondamento dei nostri argomenti.
Secondo questa teoria, esposta ampiamente nelle opere di Ghezzani e Anepeta, l’uomo deve amministrare una “doppia natura” che deriva dalla confluenza di due linee evolutive, quella propria degli animali sociali e quella propria degli animali solitari. Scrive Anepeta: «animale radicalmente sociale, bisognoso dall’inizio alla fine della sua vita di un perpetuo scambio significativo con gli altri, egli, quando raggiunge uno statuto identitario individuale, è anche capace di isolarsi, raccogliersi e dialogare con sé stesso. Il raggiungimento di un’identità sociale, capace di inserirsi nel mondo ricoprendo ruoli molteplici, e, al tempo stesso, individuata e autonoma è un obiettivo intrinseco al patrimonio dei bisogni intrinseci che però, per realizzarsi, richiede un lungo tragitto evolutivo» (Anepeta, 2018). L’esito di questo tragitto e le interazioni con l’ambiente, conclude l’autore, determinano la strutturazione della personalità che può essere tanto armonica, quando i bisogni sono tra loro integrati, quanto scissa, laddove i bisogni non si integrano strutturandosi invece la relazione tra loro in termini conflittuali.
In un altro campo di studi, Gregory Bateson ha descritto la complessità e il funzionamento dei sistemi viventi come una danza di parti interagenti, un’immagine che ho sempre trovato efficace e poetica. Mi piace prenderla in prestito per rappresentare che la danza dei bisogni, intesi come parti interagenti sottese dalla vita psichica, è oggetto di studio della psicologia dialettica e che tale danza, interagendo con i sistemi motivazionali individuali e con valori, risorse e limiti dei contesti sociali di appartenenza, interviene nella strutturazione della personalità. In future occasioni approfondirò volentieri questo complesso nucleo teorico.
La persona altamente sensibile: adattamento e pseudo-adattamento
Tornando al problema del rapporto tra disagio psicologico e sensibilità, nei limiti di questo contributo che non può che essere introduttivo, stando alle premesse già poste, possiamo serenamente concludere che non c’è alcun rapporto diretto tra i due termini: non c’è alcun motivo di pensare che un individuo sensibile, debba necessariamente andare incontro ad esperienze di disagio psicologico. È anche vero però, che un soggetto più sensibile potrà avvertire in modo più intenso tanto le richieste legate alla logica del noi, quanto quelle legate alla logica antitetica, individuale. Sapendo che tali logiche veicolano richieste di adesione alle ideologie dominanti diffuse nei contesti di appartenenza da una parte e di rispetto dei propri diritti individuali e della propria autonomia, ne deriva che il tragitto evolutivo dell’individuo sensibile potrà essere più ripido e impervio.
Per approfondire questa ipotesi si deve fare un passo in avanti rispetto alla definizione di sensibilità, che finora ho usato in un’accezione troppo generica. La psicologia dialettica, nei suoi più recenti sviluppi, confrontandosi con le ricerche di Elaine Aron e altri, ha riconosciuto e approfondito la psicologia della “persona altamente sensibile” o iperfunzionale riconoscendo che essendo essa altamente morale, è anche altamente problematica. Adottare questo punto di vista pone nuovi problemi, ma apre anche nuovi scenari: non ci accontenteremo più di parlare di sensibilità come vulnus (una ferita è un’apertura provocata da una lesione; certamente è una zona sensibile e di passaggio, dove è venuta a mancare una barriera, ma questa impostazione comporta il riferimento a un trauma che non è necessariamente implicato nelle premesse del nostro discorso sulla sensibilità), ma dovremo riflettere sulle vicissitudini di tratti e sentimenti come l’empatia, l’intelligenza ramificata, il senso morale, il senso di giustizia e di dignità, l’autocoscienza, la sensibilità ecologica e sociale. Sul malessere della persona altamente sensibile Ghezzani ci avverte che questo non è mai meramente quantitativo: «dipende dalla specifica qualità morale degli ambienti fisici e delle relazioni interpersonali con cui interagisce. Di fatto, egli vede cose che altri non vedono. La sua sensibilità morale produce di continuo – sebbene in modo inconscio – stati di allarme e di malessere, stati generati dal rapporto fra la sua specifica sensibilità e il mondo interpersonale e sociale intorno a lui» (Ghezzani, 2024).
Alla luce di queste considerazioni non ci sorprende che di fronte agli scenari odierni di guerra, di cinismo, crudeltà, di affermazione di logiche di dominazione del forte sul debole, fino al richiamo, esplicito anche a livello istituzionale, alla soluzione omicida-suicida (pensiamo ad esempio alle rappresaglie di Minneapolis o alle minacce di distruzione di una civiltà nell’arco di una notte), alcune persone, seppur lontane dai luoghi e dalle persone direttamente investite, avvertano con maggiore intensità l’ingiustizia e si pongano con più urgenza e drammaticità problemi di ordine morale e sociale, che da un livello generale si ricapitolano nel particolare, nelle esperienze quotidiane, nelle scelte, nelle relazioni con persone e contesti.
La possibilità di affrontare con fiducia questi problemi dipende tanto dall’individuo che dall’ambiente socio-storico in cui si è cresciuto e che ha interiorizzato. Se l’individuo, seguendo il suo tragitto evolutivo, ha raggiunto un’identità sociale integrata ma anche sufficientemente autonoma, avrà probabilmente maggiori possibilità di esprimere il suo potenziale e di interagire creativamente con il suo ambiente, assumendo ruoli e agendo coerentemente ai suoi bisogni e alla sua sensibilità. Quando ciò avviene, emerge con più chiarezza che l’individuo altamente sensibile assolve una funzione antropologica nell’ambito dei gruppi di cui fa parte: seleziona dati di realtà, valori, li mette in relazione e li critica, offre ai contesti di cui fa parte la possibilità di pensarsi e di cambiare. Qualitativamente diverso è il suo sentimento del gruppo, tema che è stato approfondito da Nesci nei suoi studi sulla condizione del “group individual” e sugli stati psichici dell’individuo/gruppo sinciziale.
Occorre però tenere a mente che all’interno di questi contesti, attraversati da ideologie funzionali agli interessi delle classi e dei gruppi dominanti, gli individui più sensibili, che costituiscono una minoranza non organizzata e quindi priva di coscienza di gruppo, possono andare incontro a fraintendimenti, marginalizzazione, stigmatizzazione, prevaricazione. Spesso questa esperienza è inoltre già stata vissuta ed interiorizzata, contribuendo a creare un’immagine interna di sé negativa e subdolamente autoconfermantesi, a cui ne corrisponde una “esterna” apparentemente docile, umile e rassegnata, silenziosamente antagonistica, rabbiosa e vendicativa.
Questa forma di pseudo-adattamento spesso produce sofferenza psicologica e, laddove generi una domanda di cambiamento, richiede una sua comprensione alla luce della storia soggettiva e sociale, la reinterpretazione dei sentimenti e delle emozioni antagonistiche/antitetiche, la comprensione critica delle qualità personali e del funzionamento dei contesti di riferimento.
Riferimenti bibliografici
Anepeta L., Manuale di psicopatologia struttural-dialettica. Teoria, clinica, terapia, 2018, Nilalienum, Roma;
Anepeta L., Timido, docile, ardente. Manuale per capire e accettare valori e limiti dell’introversione (propria e altrui), 2013 (ed. terza), Franco Angeli, Milano;
Aron E. (2012), tr. it. Persone altamente sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge, 2016, Mondadori, Milano;
Bateson G. (1979), Mente e natura, 1984, Adelphi, Milano;
Ghezzani N., Il dramma delle persone sensibili. Sensibilità, empatia e disagio psichico, 2021, FrancoAngeli, Milano;
Ghezzani N., Persone sensibili in terapia. Doni e rischi dell’alta sensibilità, 2024, FrancoAngeli, Milano;
Ghezzani N., Uscire dal panico. Nuove strategie nella gestione e nella cura, 2018 (ed. quarta), FrancoAngeli, Milano, 2008;
Nesci D. A., La notte bianca. Studio etnopiscoanalitico del suicidio collettivo, 2000, Armando, Roma.

