Ipazia

di Nicola Ghezzani

Ipazia abita il mio cuore da decenni, ma non vi avevo mai pensato in termini poetici. Fu una donna reale, una giovane donna innamorata della conoscenza; ma per noi è divenuta anche un mito. Nacque intorno al 370 d.C. ad Alessandria d’Egitto e venne avviata dal padre, Teone, allo studio della matematica, della geometria e dell’astronomia; nel tempo, s’addentrò anche nello studio della filosofia.

Alessandria era stata, fin dal tempo dei Tolomei, uno dei più grandi centri culturali del mediterraneo e dell’intero Impero Romano. Vi avevano studiato e insegnato autorità intellettuali e morali come Eratostene, Archimede, Euclide, Tolomeo, Plotino. Giovanissima, venne avviata all’insegnamento dal padre nel contesto del Museo, il centro studi fondato sette secoli primo da Tolomeo I Soter.

Con Teodosio il cristianesimo era divenuto religione di stato e nel 392 la religione ellenica romana venne proibita, pena la morte, e i suoi templi, l’arte, i monumenti e le opere scritte furono condannati alla distruzione. In ottant’anni i cristiani riuscirono ad impadronirsi del vertice dell’Impero Romano e si trasformarono in accaniti persecutori dei fedeli della religione romana, i cui valori avevano dato vita alla grandezza di Roma e dell’Impero. Nel 391 (come un moderno principe del terrore dell’Isis), il vescovo Teofilo aveva guidato personalmente i cristiani all’assalto del tempio di Serapide, cui era seguito l’incendio dell’immensa Biblioteca di Alessandria, tempio della cultura nel quale erano raccolte le opere della civiltà greca e romana (di passaggio, vorrei notare che il patrimonio di queste due civiltà, di cui oggi disponiamo, che costituisce la base della nostra attuale civiltà e di cui andiamo tanto orgogliosi, ammonta a non più di un decimo della sua ricchezza originaria). Nel 410, appena diciotto anni dopo la proibizione della religione romana, Alarico e i visigoti mettevano a sacco Roma. Pochi decenni ancora e l’Impero sarebbe giunto alla fine.

All’inizio del V secolo – l’epoca di Ipazia – i membri dell’antica civiltà non avevano più né templi, né clero, né statue, né riti, le stesse biblioteche furono date al fuoco e alle intemperie.  Un mondo intero di opere relative ad ogni campo dello scibile erano state distrutte. Alla popolazione  dell’antica civiltà rimaneva ormai solo lo spazio della tradizione orale della scienza e della filosofia.

In questo tragico frangente storico, Ipazia aveva tutte le caratteristiche per essere odiata dai cristiani: era donna, di culto ellenico, scienziata di grandissima fama e guida della scuola filosofica neoplatonica di Alessandria.

Nell’anno quarto del vescovado di Cirillo, decimo del consolato di Onorio, sesto di Teodosio II, nel mese di marzo dell’anno 415, narra Socrate Scolastico, un gruppo di monaci e parabolani cristiani si riunirono sotto la guida del chierico Pietro il Lettore con l’intenzione di assassinare Ipazia.

Adunarono una folla di cristiani, quindi la aggredirono, la torturarono, la trascinarono per le vie della città, la fecero a pezzi ed infine la bruciarono.

Scrisse Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu, felice per l’evento: «E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono “il nuovo Teofilo” perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria nella città».

Racconta Damascio che «una moltitudine di uomini imbestialiti piombò improvvisamente addosso a Ipazia un giorno che come suo solito tornava a casa da una delle sue apparizioni pubbliche».  Ipazia viene tirata fuori dalla lettiga e trascinata nel Cesareo dove, scrive Socrate Scolastico,  «incuranti  della vendetta e dei numi e degli umani questi veri sciagurati massacrarono la filosofa» in modo orrendo. Secondo Damascio «mentre ancora respirava debolmente le cavarono gli occhi», mentre secondo Socrate «La spogliarono delle vesti, la massacrarono usando cocci aguzzi (ὄστρακα), la fecero a brandelli. E trasportati quei resti al cosiddetto Cinaro, li diedero alle fiamme».

Il mandante materiale del delitto, il vescovo Cirillo (375-444), venne fatto santo dalla Chiesa cattolica e nel 1882, a suo maggior prestigio, fu dichiarato Dottore della Chiesa.

Bisognerà attendere il Rinascimento (Francesco Petrarca, Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Niccolò Copernico, Giovanni Keplero, Tycho Brahe, Andrea Vesalio, Galileo Galilei, ecc. tutti imbevuti di cultura classica…) perché l’arte, la scienza sperimentale e la filosofia della conoscenza rientrino a pieno titolo in Europa, rinnovando la natura e le mete dell’Occidente.

Ecco, per me Ipazia è il ricordo di qualcosa che non può morire. E’ lo splendore del femminile brutalizzato da mostri umani. E’ La Donna nella sua bellezza senza confini di spazio e di tempo. Per quanto si tenti di rimuoverla e di cancellarla, ritorna sempre alla memoria, bella e struggente come sarà per sempre.

I

Sei tu Anima perduta?

Portavi fiori negli orli dei sorrisi

come dentro vasi colmi d’acqua,

spalancavi le braccia come un uccello ferito

che abbia trovato fra i boschi il suo medico antico.

Non c’era calcolo né affettazione

nella tua offerta di luce perenne.

Ma c’era il buio intorno a noi,

nella casa che s’apriva

sui sogni e i fantasmi della mente

e nei deliri del silenzio,

c’era un buio senza confine,

alto come le mura del Museo

prima che cadesse sotto l’urto frontale delle armi.

Poi svanisti, come uno stormo spaventato

dai passi arroganti del cacciatore.

Apro la porta a un frusciare segreto,

a un tramestio nel fogliame remoto.

Sei tu Anima perduta? Torni

ancora a fecondare la vita?

II

Ebbra di luce

C’erano stuoli di assassini a te d’intorno

come insetti che gremiscano un favo.

Erano gli adepti d’una fede selvaggia

che amava il dolore sopra ogni cosa.

Sciamavano insonni la notte e il giorno

per scarnificarti con conchiglie vuote

e sfigurare il tuo corpo inumano

per farne un tronco da ardere sul fuoco.

Raccolsi il tuo cadavere nudo

dalle pietre della piazza.

Lo portai lontano e lo lavai

come un airone caduto sulla sabbia.

Venni ferito e umiliato,

il tuo corpo mi venne strappato di mano

dalle torme fameliche del nuovo potere.

Come belve lo fecero a pezzi.

E le tue membra sublimi

furono sparse per la città.

Ridussero in fumo il tuo corpo mortale

con tutto il sapere che tenevi a mente

come dentro uno scrigno d’eburnea ricchezza.

Ma io ti vidi risorgere immota nel tuo rifiuto

il riccio della castagna per sempre impenetrato.

Sorgesti dalle tue piaghe

ebbra di luce, immersa in un calore perenne.

Seppi allora ch’eri una maga o forse una dea,

ch’eri una pioggia di rose che cadeva fitta

sospesa nel soffio del vento.

Seppi ch’eri potenza sovrumana

l’inviolato mistero d’un abisso celeste

risorta dalle bassezze mortali.

Ti vidi allora incedere alta su ali

di bellezza, in una veste bianca. Quasi

sfera luminosa d’incorruttibile sapienza.

III

I tempi favolosi

A quei tempi favolosi

quand’eravamo all’acme dei nostri amori

tu m’insegnavi la scienza degli astri, pigra

sbocconcellando il dolce sapere della vite.

Stavamo nell’ombra rossa dei sicomori appena fioriti.

Ed io ti dissi «Guarda quanti colori intorno a noi».

E tu mi dicesti «Prendi. Prendi quelli che vuoi».

La rifrazione della luce del mattino trasfigurava il rosso.

Era il principio della primavera?

Sì, forse lo era. C’era il fico che cadeva a lato

coprendoci con la sua ombra paterna

nella calma del silenzioso abbraccio.

Attendevamo la quiete d’un temporale

o il lavoro alacre della primavera.

Potevamo parlare a lungo, fino a tarda sera,

quando il manto dei cieli veniva

a languire accanto agli umili animali.

Noi immergevamo le bocche

alla fonte del linguaggio,

per sorseggiarne le frasi più belle

e forgiarle nel cuore dei nostri desideri.

Era impossibile invecchiare, vicini

com’eravamo all’acqua dell’eterno. «Prendi

tutto ciò che vuoi» dicesti ancora con un sorriso.

«La tua vita» risposi. E ti presi.

Sapevo che se pure fossi morta

t’avrei raggiunta nello spazio d’un sogno,

aprendo leggera, fra le nuvole, una porta.

IV

La metafora

Dicono alcuni che quando nasce una metafora

la realtà della cosa muore. Dico la parola “rosa”

ed ecco il fiore rosso d’un tratto vien reciso

ucciso dal pensiero

per apparire sul foglio bianco della mente

come un messaggio evanescente che dal dio

sublime e alato sia disceso a fecondare il suolo.

Ma io ascolto quanto detto e dico

che senza la metafora, senza l’infinita

sfumatura che la mente impone al mondo,

la realtà ucciderebbe l’anima. La vita

sarebbe un muro senza alcuna porta.

Buio, atroce e immenso muro.

E tu saresti quella cosa morta

che vedo la notte trasparire a tratti

dal tuo sonno fondo, come d’animale. Saresti

il muro nero che s’impone all’anima perduta

come il segno più loquace della morte.

V

Sciolto nell’infinito

Sotto il lume della luna c’immergemmo

nelle acque del mare ancora calme

quando il sole era sceso a Occidente

e dei fiori s’alzava il profumo acuto.

C’eran ragazze con te, come te altere

nel dispregio per le false religioni,

felici di stringersi a me e baciarmi

come fossi un amico o uno sposo.

Sembravano i gambi di pallidi fiori

saettanti in direzione delle stelle

ed io un’ape impigrita dall’estasi.

Non c’erano angeli su noi né un dio

onnisciente che spiasse le intenzioni.

C’era la luce che cadeva morbida

nell’aria e sulle leggere onde

e la melodia degli astri, silenziosa,

c’era il piacere del tuo ventre teso

come una conchiglia viva e chiusa

contro il mio e del tuo seno alato,

che come una rondine batteva

col suo becco sul mio cuore, vinto

da dolcezza, sciolto nell’infinito.

VI

Anima perduta

Come un cieco ho vagato in una luce

che solo a me appare funesta notte

le mani tese avanti a saggiare l’alto

muro che mi circonda da ogni lato.

Non so come ciò accada, ma vedo il mondo

immerso nel suo morbido paesaggio

e insieme vedo la tenebra infinita

distesa come un manto sul mio cuore.

Vedo gli spazi espansi e sconfinati,

il cielo che spalanca gli occhi sulla terra

e poi anche il muro che mi serra

e mi trattiene dal raggiungere la meta.

Mi scopro allora posto fuori da me stesso,

dalla mia anima diviso e separato.

Ipazia m’è sottratta da questo muro altissimo

ricoperto d’una calce bianca,

il muro d’una cella dove lei stanca giace in pezzi,

resa folle dalla tragica distanza,

un muro che mi chiude in un deserto infame.

Tutt’intorno splende la luce del giorno,

ma una notte perenne è sul mio cuore.

Forse le donne non sono più adatte

a prendersi cura degli uomini migliori.

Non ho più con me i miei libri, i quadri

dipinti in gioventù, le carte scritte

e affastellate dal tempo, i sogni confusi,

i ricordi dell’infanzia, le lettere delle amiche

che mi accarezzarono il cuore.

Son qui, dalla mia anima diviso e separato.

Vivo in una casa dove ho un letto,

un angolo di luce dove m’accuccio

col mio computer sulle ginocchia

a scrivere versi

e un dolore acuto

che m’attraversa come una lama,

che mi divide gli occhi dalla fronte,

che m’apre il petto come un fiore

e giorno e notte mi separa dall’anima perduta.

VII

Un solo eterno sogno

Vieni da me Ipazia, torna,

riportami per mano al tempio

bruciato in Alessandria

dove cinquecentomila libri

arsi dal tempo e dall’orrore

integri risorgeranno come guerrieri antichi;

ricordami i giorni dell’amore

consumato di nascosto nei lavacri delle piscine,

nell’estasi di corpi eternamente giovani;

raccontami degli astri e di più alte sfere

e quegli arcani versi ricordami

che mormoravi al cuore piano, nelle sere

quando le stelle tracciavano il cielo

come graffiti di bambini

per scivolare nell’oceano

come lacrime perdute…

Ritorna, rivieni, riportami

una voce vellutata, un canto, oppure

una bugia, e dammi infine il segno

che non fu sprecato il tempo

che ho donato al mondo, che questo cuore

ha alte mura ormai e un Regno impenetrabile.

E dimmi Anima mia Amore oscuro che insieme

abbiamo costruito

indissolubilmente

io e te soltanto,

nel cuore e nella mente, un solo eterno Sogno.

VIII

Lei ora dorme

Lei:

«Nera e azzurra era la statua – lo ricordi? –

come la notte che la sapiente

luna stendeva su di noi,

quando lievi sui calzari giungevamo

colmi d’una tacita allegria

a godere le grazie del firmamento

e la musica profonda che sorgeva dalle acque dell’Ade.

Ricordi il volo delle colombe – quel loro mormorio

segreto – all’acme del mistero?»

Lui:

«Non posso. Il mio pensiero, amore,

indugia nell’orrore. Non posso farci niente.

Vennero da tombe impure

le bestie, a distruggere le immagini

– che dissero false – e a seppellirne

l’immane bellezza sotto i loro miseri

frantumi d’odio. Ti lacerarono la veste,

che avevo adorato nella sua purezza,

e lo splendore di un corpo mortale

illuminò l’istante, scoprendo i loro volti

scarni, arsi dall’invidia».

Lei:

«Non farti invadere dall’odio.

Saresti come loro –

aspro e di veleno colmo,

come lo scorpione che abita il deserto.

Ricorda solo ciò che transitò fra noi,

nel sonno e nella veglia.

Ricorda la seta ed il fermaglio

e la carezza tenera delle ragazze

che ti accudivano in mia assenza.

Fallo! Ricorda! E l’anima del mondo

ti sfiorerà ancora

con dita morbide come petali di rosa,

ti toccherà la fronte e il petto,

il fianco nudo e l’inguine selvaggio.

Ricorda senza svegliarti.

Saremo sempre in viaggio, io e te, uniti

insieme. Ascendi ai giardini del Tempio

come se non fosse mai caduto,

ascendi e sosta, agile come il felino

che non lascia né traccia né rumore.

Sii un’ombra felpata, un passo leggero,

un pensiero sottile come un alito vento,

sii lunare, amore, come l’occhio dorato del serpente.

Sii un solo e fiero incedere nella melma putrida

del giorno, e getta il seme del futuro.

Le parole che componemmo dormono

soltanto, posate sulle nostre spalle.

I versi che mi scrivesti

saettano come fuochi oscuri.

Torna a me, prendimi, godimi,

per il segreto passaggio dell’anima.

Ascolta lo stormire del cielo,

lo senti? Ormai, è solo un’eco lontana

il grido che pure fu il mio.

Tutto torna ancora a noi, lo vedi?

Ed ecco che le bestie armate di gusci e di coltelli

cadono nel buio, annichilite dall’eterno oblio.

Come allora, anche oggi talvolta

uno di noi ha un fremito –

il maschio più della femmina.

Ha un sussulto, si rivolta sul cuscino

e cerca il corpo dell’amante,

poi riprende il sonno.

Ciascuno ha gli occhi chiusi

aperti solo sulla sua chimera.

Quel sonno onniveggente copre anche lo specchio

che dorme accanto a noi. Guardalo! Riflette

l’onda instancabile che perlustra il mare,

le stelle che disegnano il percorso, e la flessibile

nave, che beccheggia come un pensiero sull’infinito.

Una luce leggera ora rischiara il bel viso

della giovane donna, della tua divinità,

che sembrava ormai smarrito. Lo vedi? Lei ora dorme.

Ha steso il viso sul calore d’un braccio ripiegato».

IX

Icona poggiata in un deserto

Riappari pallida alla memoria.

Non avrei voluto ricordarti –

una lama che spacca le mente.

Quale aurora ti sferza il volto

e il corpo ti accarezza,

luce dell’alba che più non sono io,

non le mie mani, né il solitario ventre

e nemmeno del sonno il lento oblio?

Quali sponde d’un fiume sotterraneo

solcano la tua ragione invitta,

che io non conosco, che tu non mi sveli?

E poi corri ai margini del bosco

prima di cercarmi con gli occhi,

materia muta e inanimata

incarnata nella forma d’un sogno,

spossessata di te stessa, eppure mai così desta,

mai così padrona dei tuoi e dei miei pensieri.

Corri immersa nei capelli, senza volto,

e poi d’un tratto ti fermi a cercarmi con lo sguardo.

Levi un braccio in alto per un cenno di saluto

e una fiamma tutta t’avvolge come un manto

di nera ardesia a proteggere il tuo volto.

Ma poi la nebbia che ti stringe

fra le sue braccia prodigiose cede,

s’apre di colpo e cade, perché tu possa

parlare ancora nelle lingue degli angeli,

che furono nostre al tempo in cui i nostri versi

si posavano sulle tue spalle nude come passeri

sapienti, attratti dal calore, nelle orme dei baci.

Le parole ne sapevano più di noi, più dei silenzi

in cui c’immergevamo esausti.

E ci portavano con loro nei luoghi più segreti.

L’acme dell’estasi era nelle nostre mani

come le stelle che m’indicavi nello specchio

degli occhi, a cui appendevamo l’anima.

«La morte non ha più un confine» m’hai detto,

«né una dimora sorretta da colonne di porfido,

e nemmeno una casa di legno

e pareti leggere come nubi

e tinteggiate di bianco,

dove correre a rifugiarsi.

La morte è una ragazza timida coperta di umili vesti

che non ha una casa bianca dove fermarsi a riposare».

La morte non ha più un tempio, un coro o una dimora.

Il tempo è infinito e muto

come una rondine fatta cristallo in cielo.

«Saresti tornata, lo sapevo. Ed ora sei qui»

ti ho detto, «e non so come accoglierti,

come darti un cenno di riconoscimento,

come dirti che il senno che avevo perduto

è divenuto uno scrigno inespugnabile,

che il regno del pensiero è ancora qui

ed è risorto, cinto dalle mura

d’una città mirabile e irredenta,

che appare nel sogno e nella veglia

come un’icona poggiata in un deserto».