La Psicologia Dialettica in sintesi

di Nicola Ghezzani

Il punto di partenza

Sigmund Freud

Per quanto possa essere stato criticato da più parti e con diverse conseguenze, Freud è il precursore sia di noi che lavoriamo nel campo della psicopatologia, sia della coscienza culturale contemporanea impegnata a decifrare il mistero della soggettività umana. Nel giro di una manciata di anni, a partire dal 1895, Freud diede l’avvio all’avventura psicoterapeutica nel mondo contemporaneo. Le novità apportate alla scienza e all’arte della terapia da figure a lui successive come Adler, Ferenczi, Jung, Reich, Melanie Klein, Lacan, Bowlby, Winnicott e cento altri nulla possono togliere a questa semplice evidenza storica.

Freud ebbe per primo l’intuizione che alla base del disturbo psicopatologico dovesse esservi un conflitto affettivo e morale, quindi che due soggettività si fronteggiassero nella stessa psiche, e che la gran parte di questo conflitto fosse esclusa dalla coscienza ordinaria e relegata in quell’area della psiche che era chiamata inconscio. Le intuizioni cardinali della psicoanalisi furono dunque queste: il conflitto psicologico, la dualità dell’identità psichica, l’inconscio. Nella seconda topica, Freud chiamò le due istanze in competizione Ese Super-ioe vide l’Io come vita psichica cosciente in balia di queste imperiose entità immerse nell’inconscio. L’Es era il serbatoio delle pulsioni animali, pronto a riattivarsi in virtù di conflitti attuali; il Super-io l’istanza morale censoria la cui funzione era inibire il conflitto mediante l’azione dei sintomi, prodotti dal senso di colpa.

Il problema della tragica visione freudiana della psiche è che, pur essendo del tutto verosimile, non poteva accampare alcuna base scientifica. Darwin aveva già dimostrato cinquant’anni prima di lui che nella specie Homo gli impulsi sociali sono primari rispetto a quelli aggressivi. Quindi, un quesito si poneva perentorio di fronte alla comunità scientifica: come conciliare la natura cooperativa e sociale dell’uomo descritta dall’evoluzionismo con la distruttività innata concepita da Freud? Freud fu un materialista positivista e come tutti i materialisti positivisti dell’epoca distingueva in modo netto (e arbitrario) la natura dalla cultura. Alla luce della sua teoria, il conflitto psichico è tout court un conflitto fra natura e cultura: la natura (l’Es) è il male, la cultura (il Super-io) è il bene che con fatica riesce a farsi strada solo negli individui moralmente migliori. Ma, alla luce della storia delle filosofia come siamo in grado di farla oggi, questa ci appare come una dicotomia di carattere filosofico con forti ascendenze religiose (benché Freud fosse un ateo dichiarato), e come tale era ed è inadeguata a integrarsi con le conoscenze scientifiche sia del tempo che, a maggior ragione, attuali.

Fra gli epigoni di Freud, Melanie Klein fu l’unica a spingere la teoria della psicopatologia nella direzione di un’idea della natura umana incentrata su una distruttività primaria inestirpabile, causa di angosce e sensi di colpa. La sua teoria approfondì – e “aggravò” – la visione teologico-morale freudiana. Per contro, la gran parte degli psicoanalisti coevi e successivi a Freud tentarono la via della scienza impegnandosi nell’analisi delle relazioni affettive primarie e di quelle sociali. La stessa Anna Freud, la figlia amatissima del padre della psicoanalisi, tentò di conciliare la severa teoria freudiana con un’empirica osservazione del bambino e dell’adolescente. A seguire, da Winnicott fino a Mitchell, la psicoanalisi predilesse sempre di più l’osservazione diretta delle relazioni primarie e della coppia analitica costituita dal paziente e il terapeuta. Per altro verso cadeva nel dimenticatoio l’interessante esperienza della psicoanalisi sociologica, troppo orientata in un senso politico messianico-ribellistico, di Reich e Fromm. Si trattava però, in entrambi i casi, di tentativi improntati al monismo positivista, che riducevano la natura umana a una sua componente parziale: la dipendenza dall’altro.

Fra tutti, Jung fu il primo che pose la necessità di sottrarre la teoria psicoanalitica al materialismo volgare positivista (biologico o sociologico) in cui versava, per darle una base dialettica: egli vedeva la dipendenza umana come un aspetto in tensione perpetua con un naturale e progressivo principio di individuazione. Non di meno, l’epoca mancava degli strumenti scientifici adeguati e la brillante teoria junghiana rimase confinata in un’area speculativa di marca hegeliana.

Dai primi decenni della sua esistenza, la scienza psicoterapeutica ha fatto moltissimi passi avanti e altrettanti indietro. Il rinnegamento di Freud e la deriva esoterica dello junghismo, come anche le paludi politiche in cui si sono impantanate le teorie sociopsicologiche (dal freudismo “di sinistra” fino alla cosiddetta “antipsichiatria”) hanno costituito passi indietro che hanno necessitato a loro volta di ulteriori correzioni.

La Psicologia dialettica si inserisce nel solco tracciato dai grandi antecedenti storici, Freud e Jung innanzitutto; ma, accogliendo le ricchi inquietudini dei “revisionisti”, accetta la sfida del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo.

Punti di riferimento

La Psicologia dialettica (con la correlata Psicoterapia dialettica) è nata agli inizi degli anni Ottanta, ma è da circa un decennio che comincia ad essere letta e seguita. Il suo presupposto è che, in natura, ogni evento sia accompagnato dall’accumulo massivo del suo opposto, il quale, raggiunta una certa soglia critica, si scarica. Inoltre, che il nuovo evento così generato raggiunge a sua volta la stabilità dell’evento primario da cui origina.

Questo fenomeno è evidente in ogni aspetto della fisica, ma lo è anche in biologia. Per esempio, Darwin immagina una evoluzione delle specie che è “dialettica” nella misura in cui il lento accumulo di variazioni genetiche in una popolazione biologica produce, con un improvviso salto quantico dalla quantità alla qualità, la “speciazione”, ossia il cambiamento strutturale, quindi la creazione di una nuova specie. Da una specie omogenea e unitaria si differenziano così due specie, ciascuna delle quali è dotata di un suo equilibrio interno.

La dialettica biologica prosegue nei processi elementari della psicologia. La prima e più articolata intuizione di questa continuità fra mondo biologico e mondo psicologico la dobbiamo a Jean Piaget. Secondo Piaget l’apparato esperienziale e cognitivo umano si sviluppa nella dialettica fra assimilazioneeaccomodamento.

L’assimilazione è il processo  mediante il quale il soggetto assimila, integra con sé stesso, l’ambiente. Essa rappresenta dunque la capacità del soggetto di usare l’ambiente secondo le strutture mentali che ha già. L’accomodamento avviene quando le situazioni createsi  nell’ambiente richiedono dal soggetto nuove risposte; egli deve “accomodarsi” ai nuovi stimoli, modificando il suo comportamento. Così le strutture mentali hanno la possibilità di crescere e di adeguarsi ai nuovi bisogni. Tra i due processi esiste un rapporto dialettico. In certe fasi può prevalere l’assimilazione (quando il bambino utilizza per sé il mondo grazie ad azioni e simboli); in altre fasi può invece prevalere l’accomodamento (p. es. quando il bambino imita i comportamenti degli adulti).

Lo stesso avviene nella storia dei popoli, laddove da un ceppo di popolazioni se ne scindono di nuove e talvolta opposte quanto a usi e costumi: dal ceppo semita sono sorti da un lato quello ebraico dall’altro quello arabo, dal ceppo romano i diversi popoli neolatini. All’interno di una società o di una famiglia – e dunque nel campo della sociologia – dinamiche dialettiche scissive sono evidenti in quei fenomeni di segregazione e dissociazione che danno luogo a classi, corporazioni, partiti, fazioni o piccoli gruppi, legami e alleanze. Anche in questo caso, un accumulo di piccole variazioni produce d’un tratto, per differenziazione e individuazione, una nuova entità sociale.

Claude Lévi-Strauss

Claude Lévi-Strauss

L’autore che meglio ha compreso questa dinamica antropologica è Claude Levi-Strauss che, grazie alla interessante distinzione fra “società fredde” e “società calde” ha messo in evidenza come nella storia umana abbia prevalso per decine di migliaia di anni l’esigenza di limitare, mediante rituali di controllo, le possibilità di sviluppo di ciascun individuo a spese degli altri individui dello stesso gruppo e di ciascun gruppo a spese di altri gruppi, dando così luogo a società fredde, resistenti al cambiamento; e come invece nelle società storiche (dal neolitico ad oggi) si sia liberato un intenso bisogno di dominio interpersonale e di aggressione fra diversi gruppi etnici, dando così luogo a una Storia calda, nel senso di rapida nel cambiamento e iper-dinamica.

Psicologia

Nel campo della psicologia dello sviluppo umano, la Psicologia dialettica ha ipotizzato la perpetua oscillazione di due bisogni fondamentali: il bisogno di integrazione sociale e il bisogno di opposizione/individuazione. Al dispiegarsi dei bisogni di integrazione sociale (rappresentati nel concreto da legami affettivi e sociali) proprio delle fasi di imitazione, aggrappamento e dipendenza, si oppongono nel tempo i bisogni di individuazione (separazione, relazione con se sessi, ricerca del nuovo, autonomia). I due bisogni psicobiologici possiedono una loro identità intrinseca, ossia una loro relativa autonomia – operano cioè separatamente l’uno dall’altro – ma allo stesso tempo cooperano perché il singolo individuo e la specie nel suo complesso conservino una certa stabilità nel corso delle trasformazioni evolutive.

Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung

Prima della Psicologia dialettica solo Carl Gustav Jung, Imre Hermann, Michael Balint e Margaret Mahler avevano intuito che lo sviluppo umano (Mahler, Balint), lo sviluppo della personalità (Jung) e dell’umanità (Hermann) è retto da una dialettica asintotica e funzionale di polarità psicobiologiche opposte: l’impulso alla relazione affettiva e all’appartenenza sociale e l’impulso alla differenziazione personale. L’originalità della Psicologia dialettica rispetto a questi autori e alle loro ipotesi teoriche consiste nel fatto di aver nominato questi due bisogni, di averli collegati alle basi biologiche evoluzionistiche e di aver specificato l’esistenza di un bisogno di individuazione intrinseco all’intera vita umana e della specie nel suo complesso. Mentre la psicologia relazionale ci ha insegnato (con ragione) che non possiamo immaginare un cervello isolato dal suo contesto sia naturale che affettivo, la Psicologia dialettica suggerisce che oltre a ciò il cervello ha un vincolo intrinseco autoreferenziale, è cioè costantemente immerso in un dialogo con se stesso.

Infine, l’individuazione (ossia la definizione di una personalità distinta e autonoma) non riguarda solo i rapporti primari con la madre e la famiglia; essa accompagna tutta la vita individuale e coinvolge il rapporto del soggetto col sistema sociale e il sistema dei valori in cui vive, nonché il rapporto dialettico – critico ed evolutivo – con la sua stessa personale identità.

In questa dialettica fra i due bisogni fondamentali (di appartenenza e di individuazione) si gioca per intero la definizione e la destinazione dell’individuo.

Psicopatologia

La sofferenza psichica nasce dalla mancata integrazione funzionale dei due bisogni. I bisogni affettivi e di appartenenza resistono ai processi di separazione-individuazione. Essi resistono in quanto i bisogni di individuazione si pongono in termini conflittuali nei confronti delle rappresentanze concrete dell’affettività relazionale e morale. Avviene allora una scissione dell’Io e da una parte l’Io regredisce nella dipendenza, dall’altra si esprime in opposizioni, ribellioni, trasgressioni talvolta inconsce talaltra esplicite e aggressive

Si è così organizzato un conflitto fra dipendenza e indipendenza, fra affetti e ribellioni, che a sua volta produce sintomi e sensi di colpa. Questo conflitto che ha scisso l’Io vede ora opporsi due identità egoiche sempre più distinte: l’Io primario, impegnato nell’adattamento affettivo e sociale, e l’Io antitetico, che incanala tutte le componenti reattive di natura oppositiva.

In sintesi: l’individuo che si avverte condizionato si sregola e si “incattivisce” (reagisce, anche solo in modo inconscio, alla sregolatezza ambientale) e questo determina il suo malessere.

Ogni sintomo, dunque, nasce da un’inconscia opposizione e da un inconscio senso di colpa: un sentimento confuso e sofferto – talvolta inconscio e pressoché impensabile – di perdita, separazione e tradimento nei confronti di persone e valori amati. In quanto espressione “automatica” del conflitto, il sintomo rappresenta una retroazione negativa spontanea, la cui funzione è riequilibrare l’omeostasi del sistema violato, sia esso la soggettività individuale che quella familiare e sociale.

Psicoterapia

Nella teoria della psicoterapia, alla luce di quanto detto, è fondamentale analizzare la differenza strutturale e dinamica che sussiste fra simbiosi nucleari e dialettica dell’intersoggettività. Le prime nascono da una reazione di difesa nei confronti dell’angoscia di abbandono e di colpa: insidiato dall’angoscia l’organismo psicosomatico inibisce la differenziazione. La seconda sorge dallo sviluppo di una sana tensione sia integrativa che distintiva fra l’Io e l’Altro.

Nella prassi terapeutica, la dialettica intersoggettiva si esprime in un gioco empatico per il quale il terapeuta entra in sintonia col paziente, ma grazie allo scarto differenziale della sua personalità rispetto a quella dell’altro (la sua originalità personale e professionale) consente al paziente di capire, disgregare e risolvere i suoi conflitti inconsci.

Socrate

Socrate

In questo senso, la dialettica è “ironica” alla maniera socratica (perché vede, sorregge e stimola l’impasse dell’altro), ma anche amorevole e comprensiva (perché mira ad ottenere parità e reciprocità).

Poiché ogni conflitto è strutturato da un sistema di valori perlopiù inconscio, il terapeuta dovrà essere in grado di individuare i valori del paziente, sia quelli primari che quelli antitetici, averne una visione integrata e vitale, quindi sviluppare una fantasia di cambiamento che sia organica alla psicologia del paziente, non una reazione ideologica soggettiva (controtransferale) del terapeuta.

Infine, il gioco descritto dalla psicoanalisi fra transfert e controtransfert va riletto alla luce dei moderni studi sull’empatia e i neuroni specchio. La capacità del terapeuta di sintonizzarsi col paziente gli consente di percepire, sentire e poi capire i modelli di indifferenziazione (simbiosi) e gli impulsi rimossi alla differenziazione (conflitto), entrambi accompagnati da angosce e difese. Nella comprensione di questi stati, il terapeuta, per essere in sintonia col paziente, non ha bisogno di inventare nessuna tecnica artificiale: è sufficiente che la sua formazione professionale non abbia alterato la sua empatia naturale. Non di meno egli deve aver sviluppato un metodo: quello di cogliere nelle resistenze, nelle esitazioni e nei rovesci del paziente la sua verità nascosta. Se la sua reazione sarà sia emotiva che cognitiva che ideativa – sarà cioè sia sentimentale che intellettuale – e diretta a un “tu” presente in una relazione incarnata e non a un “lui” oggetto di un’astratta teoria, l’atto di consapevolezza saturo di significato si verificherà anche nel paziente.

Alla fine del processo, se il paziente sarà cambiato in un regime di effettiva consapevolezza, anche il terapeuta avrà acquisito valori emotivi, cognitivi e ideativi nuovi e il processo terapeutico avrà modificato anche lui.

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