Intervista su Psicologia Dialettica e disturbi dell’affettività

Intervista di Luca Leonardi a Nicola Ghezzani

Nicola GhezzaniDottor Ghezzani vorrei cominciare con un ringraziamento per aver accettato questa intervista.

Vorrei cominciare chiedendole qualcosa di sé. Ad esempio: come mai ha deciso di dedicare la sua vita alla psicologia?

L’infanzia è un fascio multicolore di possibilità. È uno stato “totipotente”, come si dice delle cellule staminali. Grazie all’azione di un gene regolatore, la totipotenza viene ridotta e la cellula si specializza. Lo stesso accade con la psiche. Da bambini abbiamo molte possibilità embrionali, molti mondi embrionali, poi la vita seleziona alcune delle molteplici possibilità di cui disponiamo. Da bambino avevo molte possibilità, poi con l’adolescenza ho fatto una scelta. Avendo manifestato doti artistiche sin da piccolo, ma non avendo intenzione di diventare un artista, negli ultimi anni di liceo pensavo che un giorno mi sarei iscritto ad Architettura. Intorno ai diciotto anni, però, sviluppai un serio disagio psicologico.

Dopo un paio di lievi capogiri, che non mi preoccuparono, manifestai sintomi di derealizzazione. All’epoca era un disturbo che nessuno sapeva diagnosticare, né tanto meno curare. Feci un paio di visite infruttuose con professionisti della mia città e fui turbato dalla loro scarsa consapevolezza scientifica e dalla loro non meno sconcertante impotenza fattuale, nonostante fossero persone umanamente squisite, che infatti ricordo ancora con grande simpatia. Il sintomo mi incalzò e mi sentii costretto a fare da me, sicché cominciai a studiare con avidità i libri di psicologia e psichiatria che erano in casa e nella biblioteca comunale. Avevo già letto Freud e Jung, per soddisfare la mia precoce passione per i simboli e le immagini; ma a questo punto avevo la necessità di scendere nel dettaglio e approfondire. In casa c’erano molti libri, fra questi uno di psichiatria di Silvano Arieti. Arieti era un vecchio amico di famiglia, un ebreo pisano che, per via delle persecuzioni razziali fasciste, era emigrato negli Stati Uniti, dove era diventato uno psichiatra e uno psicoanalista molto famoso. Nella biblioteca comunale trovai il suo eccellente Manuale di psichiatria e alla voce “depersonalizzazione” vi trovai i miei sintomi. Fu una sorpresa e una gioia perché comincia a capire questo aspetto così oscuro della mia psiche. Decisi allora che sarei diventato uno psichiatra. Studente di Medicina a Pisa, poi di Psicologia a Roma, incontrai Arieti di persona nelle estati del 1975 e del 1976 e con lui effettuai una prima analisi ricognitiva. Intanto avevo avviato la mia analisi terapeutica personale a Roma con Luigi Anepeta, cui ero stato inviato da Franco Paparo. Guarii dei miei sintomi in appena due anni. Ho raccontato questa storia nel mio libro La vita è un sogno, del 2018.

Ebbene, aver conosciuto a vent’anni Silvano Arieti e a ventuno Luigi Anepeta ha lasciato dentro di me una traccia indelebile. Questi due uomini di valore eccezionale mi hanno guidato e motivato negli anni, rendendo sempre più ineluttabile la mia scelta di identificarmi con la funzione psicologica clinica. Credo sia stata una scelta molto saggia. Da allora, l’esercizio della psicoterapia mi mette in relazione permanente con quel grande Altro che dà forma e significato alla mia esistenza.

Ci sono molti psicologi che si “accontentano” di esercitare la professione ma lei ha anche coniato diversi nuovi termini nel campo. Il primo tra tutti è la sua “branca di competenza” ovvero la “Psicologia dialettica”. Può dirci qualcosa di più in merito?

La mia passione clinica è anche una passione teorica. Sono consapevole che è impossibile fare buona clinica senza avere una visione generale dell’uomo attraverso la cui lente osservare la singola esperienza umana. Lo sviluppo scientifico della psicoterapia è stato in questi ultimi trent’anni gravemente interferito da una logica corporativa: da un lato la psichiatria è diventata sempre più una branca della farmacologia; dall’altro la suddivisione dell’attività psicoterapeutica in scuole preposte alla formazione istituzionale ha fatto sì che le menti si siano trincerate nei dogmi di appartenenza, con l’effetto di scoraggiare l’innovazione. Una buona parte degli psichiatri si limita a fare diagnosi seguendo i manuali con l’unico scopo di prescrivere farmaci, e una ampia parte degli psicoterapeuti applica i dogmi della scuola di appartenenza più per fare gioco di squadra che per amore di scienza e di terapia.

Se avessi seguito pedissequamente l’indirizzo di una scuola avrei rinunciato a una delle funzioni che più mi caratterizzano come essere umano: la creatività. Nel corso degli anni mi sono chiesto come fare a evitare la trappola della mimesi conformistica, quella stortura dell’identità professionale che già i primi grandi psicoanalisti – Jung, Ferenczi, Balint, Winnicott, Lacan – denunciavano come soggezione all’autorità culturale costituita. Mi sono risposto che l’unico modo sarebbe stato quello di ri-creare, a modo mio, la teoria e l’arte della psicoterapia. Come ha scritto Nietzsche nella Gaia scienza: «Meglio restare debitori che pagare con una moneta che non porti impressa la nostra immagine».

Ho deciso allora di integrare la cultura antropologica per eccellenza, l’evoluzionismo, pressoché ignorata sia da Freud che da Jung, con la psicodinamica, la teoria dei sistemi e la psicologia cognitivista. È impossibile spiegare in poche righe una teoria complessa e sfaccettata come la Psicologia dialettica. Per questo rimando ai miei libri. Chi volesse approfondire può leggere Volersi male, del 2002, La logica dell’ansia, del 2008, e Le eclissi dell’anima, del 2016.

Può raccontarci un’esperienza che possa farci capire come il suo approccio alla psicologia sia effettivamente riuscito ad aiutare qualcuno?

 

Una storia clinica dettagliata vorrebbe almeno uno sviluppo pari a un capitolo di un libro. Posso però dire che il mio metodo si applica a disturbi leggeri come gli attacchi di panico e le dipendenze affettive, e a disturbi gravi come le ossessioni, le depressioni suicidarie e la psicosi lievi. Nel campo delle dipendenze affettive sono stato il primo – credo – in Italia a definire il concetto di “collusione sado-masochista”, col quale descrivo in dettaglio la personalità del narcisista e quella del dipendente affettivo legati da un intreccio di bisogni patologici complementari. Si tratta di un disturbo relazionale complesso, ma perfettamente guaribile. Ne parlai diffusamente in Volersi male, del 2002 e poi in Quando l’amore è una schiavitù, del 2006.

Come lei ben saprà su amore oggi ci concentriamo principalmente sull’aspetto relazionale/sentimentale dell’essere umano. Secondo lei qual è la principale problematica che si trovano a vivere le persone in ambito sentimentale?

Il mancato riconoscimento come essere umano. Ogni essere umano ha bisogno sin dalla primissima infanzia di una parte complementare che lo rispecchi con intensità e affetto. Questo è un assioma che ci è stato insegnato da tutti i teorici della psicoanalisi relazionale – a cominciare da Sàndor Ferenczi – e poi a seguire da tutti i neurobiologi. Lo sguardo empatico e la cura emotiva intima consentono la maturazione delle strutture nervose e la circolazione di ormoni edonici. Senza un rispecchiamento empatico (e quindi senza amore) l’essere umano adulto si deprime, perde motivazione, si incupisce e si arrabbia, il neonato può giungere a bloccare il suo sviluppo e infine a morire (come ha scoperto René Spitz fin dagli anni 40 del secolo scorso).

Nella relazione sentimentale, l’essere trascurati, ignorati, o persino lusingati e poi abbandonati, elogiati e poi denigrati e maltrattati è un mix emotivo che spezza la fiducia nell’altro essere umano e in se stessi.

Può dare qualche consiglio ai lettori che si ritrovano a vivere questa problematica su come possono fare a superarla?

 

1. Ammettere la sofferenza. Il primo passo consiste nell’ammettere che se in una relazione la nota dominante è la sofferenza, allora non c’è sufficiente amore o non ce n’è affatto. Quando c’è sofferenza non di rado ci possono essere forme più o meno larvate di sfruttamento, denigrazione e maltrattamento. Quindi la prima cosa è riconoscere lo stato di sofferenza.

2. Identificare il bisogno patologico. Se abbiamo riconosciuto che la sofferenza dipende dal rapporto, allora dobbiamo ammettere che noi ne siamo responsabili per ciò che attiene a un nostro bisogno patologico. Qual è il nostro bisogno patologico? Essere riconosciuti a qualunque costo, anche a costo del proprio sacrificio, della propria minorazione, della propria umiliazione. Chiedersi questo bisogni da dove deriva

3. Identificare l’agente patogeno. In che modo il partner ottiene la nostra fascinazione / soggezione / umiliazione? Si tratta di un partener che mira al possesso esclusivo della nostra anima e della nostra vita per scopi egoistici / narcisistici? Oppure è un partner che mira al nostro benessere e alla nostra crescita, ma che a sua volta ha bisogni insoddisfatti che proietta su di noi? Nel primo caso, la persona va bandita dalla nostra vita; nel secondo va identificato il suo bisogno inconscio, proiettato su noi, e discusso nella coppia.

4. La ricostruzione dell’autostima. Poiché la dipendenza affettiva e più in generale il masochismo morale in ambito affettivo dipendono da una bassa autostima e da un codice di servitù interiorizzati nel corso della vita, occorre fare tutti i passi per risolvere la tendenza alla sottomissione. Il passo più appropriato è una psicoterapia. Poiché l’immagine di sé (positiva o negativa che sia) ha una genesi duale, dialettica, cioè nasce dalle relazioni interiorizzate, solo una relazione duale, come una psicoterapia, può modificarla.

Fin qui ho parlato solo dei disturbi affettivi del versante passivo masochistico, ma naturalmente ne esistono anche di altri tipi: la mancanza di desiderio affettivo, che ho chiamato “anoressia sentimentale” (nel libro La paura di amare, del 2012), la tendenza conflittuale e, naturalmente, il narcisismo. Problematiche che meriterebbero una trattazione a parte.

Ho avuto in cura moltissimi casi di narcisismo lieve e grave – oltre ai numerosissimi  dipendenti affettivi. La terapia col narcisista è difficile. Spesso è un soggetto provocatorio, sfidante, arrogante, oppure sottilmente irritante e denigratorio. Capita, dopo una seduta con un narcisista cosiddetto covert, cioè nascosto, che in realtà è un isterico, che il terapeuta si senta stanco, demotivato, avvilito; persino che perda fiducia nelle proprie capacità lavorative. Ebbene, questo è il sentimento costante della persona che dipende da uno di loro. Avvilimento e sfiducia in se stessa. Non bisogna crederci. È solo un effetto della relazione.

Grazie mille per i suoi consigli. Passando ad un argomento successivo… cosa ne pensa del fatto che esistano, al giorno d’oggi, diversi siti chiamati di “seduzione” che insegnano le più svariate tecniche manipolatorie promettendo che saranno utili alla conquista di un futuro partner? Esiste ad esempio il tira e molla che altro non è che un nome diverso per il breadcrumbing.. o il “freeze”, che non è altro che un modo diverso di chiamare il “ghosting”.

Purtroppo, c’è un’enorme fame di potere nella nostra società, un potere perverso, identificato con la chiusura all’empatia, l’egoismo, il dominio relazionale, lo sfruttamento e la sofferenza dell’altro. Le scuole di seduzione attirano sia i sadici manipolatori (che però spesso sono così abili che potrebbero figurare fra le fila degli insegnanti…), sia i timidi e frustrati, che si illudono, diventando abili e duri, di superare la propria timidezza. Grave errore! Farebbero molto meglio a valorizzare e arricchire la propria sensibilità!

La fame di potere dell’individuo massificato, che si sente una nullità e quindi aspira a dominare nello spazio relazionale, è l’argomento che ho indagato nel mio ultimo libro, Relazioni crudeli, del 2019.

Le tecniche “seduttive” che vengono insegnate, come abbiamo detto, sono vere e proprie tecniche manipolatorie. Resta il fatto che, anche senza che nessuno le insegni, la manipolazione relazionale è un gravissimo problema per tantissime persone. Secondo lei come mai così tanta gente cade “vittima” di questi manipolatori?

Innanzitutto bisogna tener presente che le vittime di manipolazione, contrariamente a quanto di solito si pensa, possiedono tratti caratteriali forti e doti spiccate di intelligenza sociale e empatia. Della ricchezza empatica di queste persone ho parlato con molta chiarezza concettuale sin dal 2002, nel libro Volersi male, dove peraltro spiegavo la frequente correlazione fra la dote empatica e il carattere masochista, quindi la collusione sadomasochista (detta anche co-dipendenza), che unisce un empatico altruista con un egoista sfruttatore. In questi casi, il problema è che la sensibilità empatica delle persone iperdotate ha subito un’educazione e un modellamento di tipo sacrificale e masochistico, sicché al momento di esercitare la propria reazione morale e l’analisi critica della relazione, esse fanno un passo indietro, si mortificano e inibiscono, quindi idealizzano il partner e sminuiscono se stesse. In questi casi occorre capire il ruolo del Super-io e del senso di colpa. C’è in queste persone un sorta di abitudine alla soggezione morale, una Paura della libertà (per citare il titolo di un bellissimo libro di Erich Fromm) e un fortissimo e mal diretto bisogno di credere.

Le conseguenze di una prolungata manipolazione subita sono spesso devastanti sulla psiche. Ha qualche consiglio su come possano fare a liberarsi da questo “giogo” per poi riuscire a vedere nuovamente la vita con maggiore serenità e gioia?

1. Separazione. Innanzitutto si tratta di liberarsi della persona manipolatrice.

2. Estrusione della rete relazionale patogena. Ossia, occorre liberarsi anche dell’intera rete relazionale collegata alla persona manipolatrice, perché costei può usarla per tornare a intenerire e sedurre: per esempio, una sorella, un figlio, un caro amico, un padre malato o morente possono essere usati strumentalmente dalla persona manipolatrice per riavere il contatto, sollecitando la tenerezza e il senso di colpa…

3. Autostima. Poi, è necessario rinnovare le prassi utili alla propria quiete e alla propria autostima. È sottinteso che non si dovrebbe mai cedere alla promiscuità, cioè ad avere più di un partner per volta o rapporti superficiali ricavati dai social. La disinvoltura sessuale, percepita come una forma di libertà, è una delle cause più subdole e persistenti della bassa autostima e della tendenza sottomissiva e rivendicativa.

4. Capacità di autonomia / solitudine. Sviluppare la capacità di stare da soli e di essere autonomi anche per lunghi periodi.

5. Lavoro e identità sociale. Avere soddisfazioni dal proprio lavoro e puntare sull’identità sociale. Consolidare gli affetti già esistenti.

6. Speranza in relazioni future. Infine, ma solo dopo un certo periodo di disintossicazione, durante il quale si è sperimentata la capacità di stare da soli felicemente, tornare a credere in una (una sola) relazione.

So che lei ha scritto e pubblicato anche diversi libri di cui alcuni proprio su questo argomento. Tra tutti quali consiglierebbe a chi volesse saperne di più?

Volersi male (2002); Quando l’amore è una schiavitù (2006); La paura di amare (2012); L’amore impossibile (2015); L’ombra di Narciso (2017), Relazione crudeli (2019).

A parte scrivere articoli e libri lei offre anche la possibilità di sessioni di psicoterapia? Ed in caso come può fare una persona interessata ad intraprendere un percorso con lei a contattarla?

Io lavoro sia nel mio studio di Roma che a distanza, soprattutto su Skype.

Chi voglia prendere contatto con me può inviarmi un messaggio su WhatsApp o un SMS a questo numero: 333 999 4797.


Bene, grazie mille per la sua disponibilità. E’ stato davvero un piacere e sono sicuro che molte persone troveranno estremamente utili i suoi consigli.